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Stereotipi, pregiudizi e mascheramenti

Laura Citterio
Executive coach

E se il vero problema non fossero i pregiudizi e gli stereotipi ma l'assuefazione agli stessi? O il non riconoscimento degli stessi in quanto tali.
Stereotipo: opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni.

Pregiudizio: atteggiamento sfavorevole od ostile che presenta caratteri di superficialità, indebita generalizzazione e rigidità, implicando un rifiuto di mettere in dubbio la fondatezza dell’atteggiamento stesso e la persistenza a verificarne la consistenza e la coerenza.

Abitudine: In medicina, a. sensoriale, fenomeno d’ordine neurofisiologico consistente nell’abolizione della risposta propria di un determinato stimolo, dovuta alla ripetizione dello stimolo stesso.

I pregiudizi ci salvano da una penosa difficoltà, la difficoltà di pensare

 

(Rabbi Alfred Bettleheim)

Di cosa parlo in questo articolo

Un giorno qualunque di un mese qualunque dell’anno 2021… 

Londra, dicembre 1952. Una nebbia fitta e scura investe la città. Una nebbia fitta e scura che ostacola la vista, porta malattia e morte. Una nebbia fitta e scura causata dalla combinazione del fenomeno atmosferico naturale unito alle esalazioni incontrollate delle fabbriche. 

La storia ricorda l’evento come il Grande Smog (vi rimando all’episodio 4 della serie 1 di The Crown per un piacevole ripasso storico).

Nella mia casa, di fronte alla tele, nell’anno 2021, mi sono chiesta se in quella manciata di chilometri percorsi la mattina prima di rientrare, avessi attraversato un varco temporale potteriano e mi stessi trovando a Londra, 1952.

Rai 3 stava passando uno speciale condotto da una giovane giornalista che ho sempre stimato - a questo punto devo ancora decidere se a torto o a ragione. Era un pre-giudizio, il mio? Un giudizio costruito su basi errate, su filtri deformanti o deformati? 

Ospite in sala un famosissimo sociologo e psicologo. 

Tema: i minorenni e la tecnologia (aka i social).

Ascolto per un tempo, che mi sembra infinito, parole dense come quella nebbia scura che avvolge Londra nel 1952. Ascolto, con gli occhi sgranati, la bile che trabocca, incredula a ciò che sto sentendo. 

E mi chiedo se siamo ancora nel 2021.

Il famoso psicologo ribadisce più e più volte quanto le mamme debbano controllare i figli. Quanto le mamme debbano educare i figli. Quanto le mamme debbano vietare l’uso della tecnologia ai figli. Quanto le mamme non debbano ingenuamente pensare che, siccome hanno messo al mondo dei figli, siano diventate in grado di educarli coscientemente. 

Tanto Churchill era fermo nelle sue convinzioni che la nebbia fosse un fenomeno naturale, ingovernabile e voluto da Dio, nonostante la storia e i fatti raccontassero un’altra verità, quanto lo psicologo vomitava sentenze sulle madri e dichiarava, con le sue affermazioni, il loro appannaggio esclusivo sull’educazione e il controllo dei figli. 

È arrivato il momento di spegnere la tele, smettere di ascoltare certe affermazioni anacronistiche e far finta che non sia accaduto nulla.

Oppure no. Perché sta accadendo. 

Perché nell’anno 2021 c’è ancora qualcuno che sostiene con quelle parole lanciate scompostamente nell’etere e raccolte da uomini e donne, e futuri uomini e future donne, a cui quelle parole rimarranno appiccicate, più o meno saldamente, sperabilmente con un certo fastidio, se non con la voglia di scrollarsele di dosso, che nulla è cambiato dai tempi in cui le mamme erano “socialmente” invitate a lasciare il proprio lavoro per occuparsi in via esclusiva del governo della casa e della prole. Uno stereotipo che si è superato (non ancora completamente) da poco più di qualche decennio.

Le sue affermazioni mi stupiscono, mi sgomentano, mi sorprendono. Ma come nei migliori film, il finale è a sorpresa

Colpo di scena

L’insospettabile comparsa, rimasta silente nelle retrovie della storia, che simbolicamente può rappresentare la vittima di quel delitto che si sta compiendo sotto i miei occhi, che potrebbe dare voce a chi non è lì a gridare come vorrei fare io in quel momento (e sono sicura con me molte altre), con maestria ruba la scena al protagonista.

Una giovane Regina Elisabetta che sarebbe potuta intervenire per porre fine o almeno rimedio a tutto ciò e che, invece, di fronte a Churchill tergiversa e lascia fare.

Come suggerisce la regina Mary: “tra fare e non fare è meglio non fare”. 

E così la giornalista decide di non fare. Decide di non puntare la luce sul grande assente ma, anzi, sollecita il suo interlocutore.

È più colpevole chi il delitto lo commette o chi non si accontenta di assistere al turpiloquio, ma lo incita pure?

Chiede la giornalista, pregiudizialmente da stimata: “quali consigli dà alle mamme?”

Qui non si tratta solo della morte di decenni di lotte per la parità di genere, sbiadite come un acquerello sotto l’impeto di una secchiata d’acqua sporca. 

Qui si tratta della morte del discernimento

Della morte della capacità di andare oltre il significante delle parole, da parte di chi con le parole ha a che fare per mestiere. 

Ho atteso a lungo che il co-protagonista della storia facesse finalmente il suo ingresso, richiamato a gran voce da qualcuno, o meglio, dalla giornalista.

Ho atteso invano.

Perché pare che i papà nulla abbiano a che fare con la crescita dei figli, con la loro educazione e con la loro cura. Il binomio papà-figli, in questo 2021, pare sia ancora un’immagine troppo scandalosa per poterne parlare in fascia protetta.

Di tutta questa storia, ciò che mi ha lasciata più perplessa non sono tanto le affermazioni pseudo-sessiste e ultra-conservatrici dello psicologo, (per quanto condivisibili nella loro sostanza, per quanto mancante di un elemento fondamentale), ma più l’assuefazione di chi quel messaggio lo stava ascoltando senza coglierne il contenuto nella sua interezza.

Si tratta dell’incapacità di cogliere quanto un’assenza sia rumorosa al pari di una presenza, eccessiva e sovrabbondante. 

Un momento di riflessione

Quante volte ti lasci investire da comunicazioni apparentemente giuste e condivisibili ma che celano uno stereotipo, anche piuttosto ingombrante, nonostante tu sia convinta di essertene già liberata?

Quante volte dai per scontata che la realtà sia così come ti viene raccontata e non come viene vissuta?

Come puoi far luce su un pregiudizio che ti ricopre come una nebbia densa e fuligginosa celando la sua vera essenza ai tuoi occhi?

L’angolo della libraia

Se vuoi appronfondire di più su quanto i pregiudizi, seppur inconsapevolmente, riempiano la nostra vita, ti consiglio di leggere Pregiudizi inconsapevoli di Francesca Vecchioni, un testo in cui l'autrice ci aiuta a capire, con tono ironico e dissacrante, le dinamiche cognitive che ci fanno cadere senza volere nella trappola degli stereotipi. 

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Executive Coach a Milano

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    Sempre lì pronta a comprendere e a indirizzarti nella strada giusta! Assolutamente un ottimo coach.

    Ho conosciuto Laura durante un periodo difficile un po’ per tutti. Per me, la quarantena dovuta al Covid, è stato un periodo non solo difficile ma anche molto impegnativo e stancante non solo dal punto di vista fisico e lavorativo ma soprattutto dal punto di vista emotivo. Durante la giornata tipo si susseguivano emozioni completamente differenti tra
    loro... paura, ansia, tenerezza e lucidità mentale continuavano a “ballare” dentro di me nella speranza di fare sempre la scelta giusta e il più rispettosa possibile sia nei miei confronti sia verso la comunità. Ci voleva polso, fermezza ma anche tanta tenerezza, immedesimazione e concretezza nei confronti di quei clienti/pazienti che si sono rivolti a me e che da una parte desideravano sostegno e aiuto ma dall’altro si sentivano quasi non
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    In tutto questo periodo così faticoso, Laura è stata un’ottima coach che con pazienza, dedizione, disponibilità e tanti sorrisi mi è stata accanto sopportandomi e supportandomi giorno dopo giorno.
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